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Due parole sul 'Gordon Pym' di Edgar A. Poe

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The narrative of Arthur Gordon Pym’ è il titolo dell’unico romanzo pubblicato da Edgar Allan Poe. Come il suo autore, questo romanzo ha una vita letteraria tormentata e sottovalutata.

Viene considerata opera minore rispetto ai suoi celeberrimi racconti, in realtà, a mio avviso, è la sua opera narrativa più ambiziosa. Le questioni che suscita sono di indubbio interesse non solo per riflettere sull’opera di Poe tutta intera ma anche per comprendere più a fondo l’atto stesso di leggere un libro, qualunque libro.

Innanzitutto il titolo. In originale è ‘narrative’, letteralmente ‘narrazione’, in italiano spesso maldestramente tradotto con ‘avventure’, ‘racconto’, Il che è già indice del tormento interpretativo che l’opera suscita. Secondo il dizionario Oxford, ‘narrative’ sta per 'resoconto parlato o scritto di una connessione di eventi’, secondo Treccani, per ‘narrazione’ s’intende l’atto del narrare, o, nella retorica classica, ‘la parte dell’orazione, che seguiva all’esordio e serviva all’esposizione obiettiva del fatto’, laddove, sempre secondo Treccani, ‘racconto’ sta per ‘componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo’, e ‘romanzo’ per ‘narrazione di vicende familiari o di un singolo individuo, su uno sfondo storico o di fantasia.’

Agli amanti delle etichette, l’opera risulta di ardua collocazione, poiché se lo chiami ‘racconto’ è troppo lungo, se lo chiami ‘romanzo’ i fatti narrati appaiono sfilacciati, privi di un vero e proprio movente che inneschi l’azione centripeta tipica del formato ‘romanzo’. Chi sa definire con esattezza la linea di confine tra ‘racconto lungo’ e ‘romanzo’ deve ancora nascere.

Nell’accezione di Oxford e Treccani, ‘narrazione’ pare dunque la traduzione più appropriata per ‘narrative’. Perché, in effetti, nell’opera di Poe gli eventi vengono esposti con standard minimi di pathos, uno di seguito l’altro, personaggi e io narrante hanno spessore psicologico sottilissimo se non assente.

Oltretutto, spesso Poe indugia in dettagli tecnici sulla navigazione, tipi di vele, tipi di imbarcazioni, coordinate geografiche, dettagli di natura geologica.

L’opera è la storia di un uomo che s’imbarca, segue l’ammutinamento dell’equipaggio e il naufragio presso un’isola sperduta del Mare Antartico, infine il tragico incontro con gli indigeni.

Protagoniste assolute della storia sono le atmosfere: la vastità dello spazio, la desolazione del naufragio, la necessità del cannibalismo, l’angoscia della totale assenza di speranza, l’asfissia della morte per seppellimento prematuro, l’idea di trovarsi su un pianeta assai differente dalla Terra nonostante l’azione si svolga sulla Terra, e poi la trascrizione di strani luoghi che divengono strani segni inintelligibili, lasciati lì come un messaggio in una bottiglia, tutte tematiche care al Poe dei racconti ma qui descritte con un esasperato e vivo realismo spesso ai racconti stessi sconosciuto, quasi sembra di sentire a un certo punto perfino olezzo di alghe putrefatte.

Nonostante opinione diffusa sia che l’opera non decolli, si ha però la sensazione lucidissima di essere dentro gli eventi, lucidità anche questa talvolta assente nei racconti. Come in una serie di istantanee, il lettore si trova dentro gli eventi, a navigare e naufragare con Gordon Pym quasi per caso, e soffrire con lui gli stenti del naufragio, della fame, della desolazione del mare e delle terre lontane, e sentire quasi l’ansito d’angoscia di lui e dei suoi compagni di sventura.

E se c’è un pregio di uno scritto di fantasia che parli della sua qualità è proprio la capacità di rendere il lettore non solo parte ma partecipe degli eventi che narra.

Nell’opera è assente un centro di gravità, eppure proprio questo risulta essere il suo grande pregio: un dire senza dire, un chiamare in causa il lettore a dipanare la matassa degli eventi perché il protagonista non ha fatto in tempo, una quasi totale assenza di peso, un sottrarre al testo quei tipici orpelli che ricordano al lettore di stare leggendo un ‘testo’, e quindi la sintassi, una sintassi con poche sovrapposizioni, priva di una gerarchia, in cui espressioni ed eventi sono posti l’uno accanto l’altro in un flusso continuo da indurre a un senso di vuoto, la sensazione di galleggiare in un abisso, col rischio costante di precipitare, e di precipitare per sempre.

Che poi è la sintassi dei sogni. E degli incubi.

Viene da pensare che, in fin dei conti, il protagonista dell'opera sia, appunto, l'atto del narrare.

E proprio questa assenza di peso, questa sintassi, fa di quest’opera, a mio avviso, una delle migliori di Poe in assoluto.

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