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SANTA MUERTE di Ettore Zanca

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Se vuoi sapere che aria tira nel sottobosco letterario, oggi devi passare dai social. Non tanto perché un post in bacheca conferisca attestato di letterarietà al testo che contiene, meno che mai al suo autore. Per fortuna non è (ancora) così. Quanto perché se un autore è bravo, te ne accorgi anche solo dal più banale dei post. E se un autore è bravo e avrà fatto la sua brava gavetta, non avrà alcun timore o pregiudizio a scrivere sui social.

Ettore Zanca incarna perfettamente questa premessa.


Zanca è autore prolifico, scrive almeno un post al giorno, quasi mai si tratta di post brevi. In più, è bravo. Il suo largo seguito lo dimostra.
Si dirà: ma scrivere un post non è mica come scrivere un libro. Verissimo. Banalmente verissimo. Fatto sta che Zanca scrive anche libri.
Ne ha scritti diversi. L’ultimo è SANTA MUERTE, edito da Ianieri, editore di Pescara. Un romanzo, ancorché un romanzo molto bello. Se nei suoi post respiri odore di santità, in SANTA MUERTE la santità è confermata.
È la storia di un killer, ‘Santa Muerte’ appunto, ingaggiato suo malgrado da una multinazionale ad uccidere persone che vogliono farla finita, cosa per cui i clienti firmano addirittura un contratto. Una carrellata di personaggi, ciascuno con la propria storia, la propria psicologia, il proprio spessore che Zanca tratteggia con estrema disinvoltura.
Una scrittura felicissima, efficace nel restituire un immaginario senza se e senza ma, priva di orpelli. Gli orpelli, ovvero le trappole dello scrittore cosiddetto blasonato (da notare il ‘cosiddetto’ e le virgolette, a significare un concetto di scrittore già avvolto dall’aura della gloria perenne ma che spesso è solo schiuma; e poi ‘blasonato’ da chi? Ma dall’establishment, of course).
Ecco, di tutto ciò Zanca fa volentieri a meno, volentieri per lui e volentieri per chi lo legge. E bastano i dialoghi del romanzo, per rendersene conto.
In  narrativa, se cerchi la sostanza della tecnica, va' sui dialoghi.
I dialoghi sono una cartina di tornasole del bello scrivere. Uno scrittore può sperticarsi per pagine e pagine sui massimi sistemi e farlo egregiamente, ma se stecca sui dialoghi è finita (a meno che non si tratti dei ‘Dialoghi sui massimi sistemi’ di Galilei).
Zanca sui dialoghi è bravissimo. O meglio, in SANTA MUERTE ha superato sé stesso. Ritmo, plausibilità, battute secche, slang, psicologia, ridondanza, pleonasmi: i dialoghi di SANTA MUERTE sono onesti come i suoi personaggi. Quando un’opera è un tentativo, un dialogo è, alla meglio, un’alternanza noiosissima di monologhi, una singolar tenzone di autoerotismi manifesti quanto tristi. In SANTA MUERTE, al contrario, i dialoghi fanno davvero parlare i personaggi, ti sembra quasi di sentirli a un palmo da te. Non per nulla, la metà del libro è fatta di dialoghi. Questo fa dei personaggi del libro personaggi autentici. E anche questo fa la felicità di questo libro. Cos’altro fa, la sua felicità? Questo sta a voi.
Mille di questi Zanca.


Ettore Zanca, SANTA MUERTE, Ianieri Edizioni.

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